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giovedì 8 ottobre 2009

Già

Già, ho fatto sesso.

Mi sono abbassato ulteriormente nel mio vortice involutivo.

Ma come, hai avuto un rapporto sessuale, ti sei evoluto!

Ma il mio è stato incesto. L'ho fatto con mio padre.
Non ce la facevo più. Dovevo andare in bagno e pisciare. 18 diciotto XVIII ore senza orinare, e contro il bruciore, mio padre mi faceva ingoiare litri d'acqua.
Quell'aguzzino...

Non ce la facevo, cazzo.

Un gesto felino, per quanto felino possa essere io, e filato verso il bagno.
Mio padre, in cucina, se ne accorge, e mi insegue.

Io, ancora prima di andare di fronte alla tazza del cesso, lo tiro fuori stremato. Mio padre mi molla un tizzone un pieno volto, e stringe con violenza quel ridicolo organo che già stava emettendo un fiotto spaventoso di urina.
Lo stringe a tal punto, da ingolfarlo di piscio, per quanto emettesse liquido con violenza.
Sono lì lì per svenire, ma... la prima volta in vita mia, eccetto quell'esperienza inutile con la prostituta dell'anno scorso, che qualcun altro prende in mano il mio membro.
E all'improvviso: l'erezione.
Mio padre era sconvolto.
Allora funzionava!

A quel punto, tra croste di cacca rinsecchite sul muro, e un tappetino da bagno non lavato da oltre 5 anni, era tutto abbastanza avvilente per potermi testare fino in fondo.
Mi guarda e mi intima: "Fammi vedere che puoi eiaculare!".

Sto zitto e fermo.

"Fammi vedere che puoi e-ia-cu-la-re".

Tremo, sudo. Puzzo di rancido.

"Ma basta!". E inizia a muovere la pelle del mio membro su e giù con rabbia e violenza, fino quasi a farlo sanguinare.

Mezz'ora. Io stavo vivendo un'esperienza orrenda.

Ci rinuncia.

Ma a me resta duro. E non va più giù. Troppi arretrati?
Il secondo miracolo: un gonfiore alieno nei pantaloni di mio padre.

Impazzisce.

Mi getta a terra con violenza. Io batto con violenza il pene rigido sul pavimento (il livido è ancora lì).
Mi abbassa i pantaloni, mi penetra con violenza.

Ci mette un attimo.

Io resto a terra soffocante. Lui se ne va a dormire.

mercoledì 28 gennaio 2009

Risate

Sto rischiando di perdere il misero lavoro che ho. Non ci vado da una settimana, e al medico fiscale, che imperterrito cerca di entrare ogni giorno, non rispondo mai.

Sento risate intorno a me, come fossi circondato da gigantesche iene. La stupenda biologa che mi auguravo si ingravidasse con le mie feci lorde di sperma malato... anche lei ride di me, l'ho sentita che bisbigliava qualcosa con la vecchia che mi piace tanto. Le donne di cui sono innamorato, ridono di me.

Risate
Risate
Risate
Risate
Risate
Risate
Risate
Risate
Risate
Risate
Risate
Risate
Risate
Risate

Dappertutto. Sono arrivato pure a pulirmi il sedere ogni volta che vado in bagno, ma non è servito a nulla.
E quando disperato mi rifugio in ciotole piene di escrementi, più ingoio e più vomito, il tappetto ormai diventato un enorme terreno di coltura per batteri coliformi, e sento l'odore che probabilmente ucciderebbe chiunque, tranne me che puzzo ancora di più, il panico mi torna e mi fa delirare.

Risate
Risate
Risate
Risate
Risate
Risate
Risate
Risate
Risate
Risate
Risate
Risate
Risate
Risate
Risate

La macchia giallastro sperma - marroncino merda - rossastro sangue - ocra vomito che spicca tra le decorazioni arabe del tappeto si restringe, fino a scomparire dai miei occhi che vedono solo il buio, intervallato da brevi lucine come un led a intermittenza.
Angosciato, cerco di muovermi, ma resto fermo.

Cado a terra.
Rinvengo dopo una mezz'ora.
Mi sono sporcato la schiena di feci, e il pene, ormai divenuto un purulento ammasso di carne bruciata e smegma, rilascia densissima urina senza nessun controllo.
Per quanto ancora riuscirò a muovermi, a scrivere addiruttura, steso sui miei umori con il portatile incandescente per il troppo stare acceso?
Credo poco, molto poco.

Salvatemi, o uccidetemi.

mercoledì 10 dicembre 2008

Rifiuti non differenziati

Leggendo i commenti, c'è sempre chi si lamenta perché passo lunghi periodi senza scrivere nulla... beh, non posso che cogliere l'occasione per descrivere una mia giornata-tipo, per far capire quanto poco ci sia da scrivere su me stesso, se non quelle rare volte che la mia vita ha qualche infimo sussulto, neanche paragonabile a qualsiasi, per quanto misero, avvenimento nelle esistenze altrui.

Voglio rendere ancora più noioso, ordinario ed antiestetico questo post: mi limiterò a proporre una tabella, ora per ora, di cosa faccio.

7:00 - Sveglia, solitamente anticipata di mezz'ora da una defecata antelucana
8:00 - Avendo avuto cura di pulirmi per bene l'ano dai rimasugli di deiezioni, mi vesto e vado al "lavoro"
9:00 - A quest'ora, dopo aver sbrigato alcune faccende in portineria, vado alla reception analisi della ASL dove c'è l'anziana signora popputa di cui spesso ho parlato. Le rare volte che il mio membro non è troppo infiammato e pustoloso, inevitabile è un'erezione, dolorosissima in quanto, anche quando funziona, il mio pene è costantemente subissato da piaghe e ferite piene di pus
10:00 - La routine è la solita, il pene duole sempre di più, che sia eretto o meno
11:00 - Pausa caffé: la sfrutto per defecare
12:00 - Routine, di solito è l'ora delle visite su giovani individui malati di tubercolosi, ce n'è sempre qualcuno. Per poco non paiono meno salubri di me
13:00 - Pausa pranzo, non è raro che aspetti che la biologa dello scorso post abbandoni tra i rifiuti i rimasugli di un'insalata, che furtivo raccolgo e mangio. I giorni delle sue mestruazioni (ormai li ho imparati) penetro nel bagno femminile, sinceratomi che nessuno mi guardi, e accompagno il cibo con alcune gocce del suo mestruo, ricavato da vigorose strizzate al suo assorbente abbandonato nel cestino. Da questo ho anche capito che non è vergine! Infatti spesso vi sono rimasugli purulenti e biancastri, credo dovuti a qualche infezione vaginale
14:00 - Di nuovo al lavoro, fino alle 17:00 è inutile che faccia cronaca ora-per-ora, non accade nulla. Quando si parla di dipendenti statali nullafacenti, ecco, io sono uno di loro
18:00 - Finalmente a casa, mi abbandono sul divando scorreggiando, pisciandomi addosso, bruciando ancora di più il mio membro ormai in fin di vita, e mangiando cibo scaduto comprato una volta al mese in grande quantità al discount dietro casa.

E così resto abbandonato, per ore, fino a quando il sonno non mi coglie, tutti i maledettissimi giorni, eccetto sabato e domenica quando sul divano o sul letto ci resto il giorno intero, coperto di merda... c'è davvero così tanto da scrivere ogni giorno?

martedì 3 giugno 2008

Autoritratto - II

In questa seconda e conclusiva puntata: il mio corpo.

Pochi peli dove serve (pube, petto, ascelle), tanti dove potrebbe evitarsi: schiena, buco del culo, gambe, dita dei piedi. Almeno, non ho pelazzi neri sulle spalle né sul dorso delle mani.

Le mani, già: forse l'unica parte originariamente non disgustosa del mio corpo derelitto. Lunghe, affusolate, femminee, spesso fantastico come sarebbe fare un ditalino a una signora con queste dita da pianista. Ma l'unico atto erotico che esplico con questa parte del corpo, onanismo a parte, è il togliermi le croste di feci che restano rattrappite sul sedere.

Oh, il sedere: grassoccio e tozzo, una natica più grossa dell'altra. Almeno non è troppo basso o eccessivamente cadente. L'intrico di peli arricciati trattiene fieramente le escrezioni: calcifica quelle liquide, ingabbia i chicchi di riso delle diarroiche, impedisce di mondarmi (se lo volessi, ovvio) dalle feci lunghe e solide, pestilenti se aperte a metà e assaggiatone il cuore.

L'addome? È un addome una informe massa adiposa, i soli muscoli sviluppati quelli che contraggonsi quando vomito? E le crosticine di sperma infetto, ormai virate dal giallo al grigio scuro tenace? Lasciamo perdere.

Il pene, corto e umiliante, emana un fetore fuori dagli umani canoni. Lo smegma, accumulatosi in almeno due anni senza un bidé, forma una massa molliccia e purulenta, che da sola, quando il membro è flaccido, è quasi più voluminosa del pisello stesso. I tagli fatti recentemente hanno fatto penetrare l'infezione pure all'interno: un truce colore violaceo caratterizza ampie zone del glande. Oh, "ampie", intendetelo in rapporto alle ridicole dimensioni, che sarebbero denigrate pure da una innocente bambina di cinque anni, che farebbe il confonto con i pisellini mostratile dai compagni dell'asilo.
Per contro, ho due testicoli di dimensioni abnormi, paiono fatti apposta per ricevere calci.
Riassumendo: un cazzo minuto con due coglioni enormi.

Le gambe, brevi e mollicce, sostengono un corpo che provocherebbe uno stantio lezzo di morte, sangue e merda anche se cremato, e le ceneri resterebbero impregnate dell'odore di schifo e fallimento per l'eternità.

venerdì 30 maggio 2008

Allarme afa

Credo abbia notato chiunque che i giornalisti, non appena c'è un po' di caldo, parlano di "allarme afa", con tanto di vecchietti morti che sarebbero morti comunque, ma se muoiono quando si suda sono "vittime del caldo killer". Allo stesso modo, due gocce di pioggia divengono "emergenza maltempo".

Ecco, vorrei che associaste un'altra immagine all'afa assassina.

Il caldo fa puzzare ancora di più le feci, e d'altronde cosa c'è al mondo di più piacevole di incavarsi in un angolo tra due strade ed annusare il tanfo di una cacca di cane sotto il solleone?

Anch'io, quando fa caldo, come un paio di giorni fa, puzzo ancora più del solito, se possibile. Adoro restare adagiato sul letto, a pancia in giù, a petare e sbrodolare un po' di feci liquide mentre sudo come un esquimese all'equatore. Il culo crostoso mesce magistralmente il divin lezzo dei due fluidi più rancidi, il sudore e i rivoli di deiezioni grumiformi. Il calore umido impedisce alla componente acquosa delle due sostanze di evaporare, fornendo l'ambiente giusto per la crescita di batteri coliformi.
Così trascorro il mio giorno di riposo. Alla fine, il sedere brucia come se fosse in preda alle fiamme, la flogosi troppo eccessiva per essere risolta senza repentini attacchi di febbre. E il membro, male ossigenato, tagliuzzato, compresso contro il materasso e lordo di urina torbida che brucia fino allo svenimento, è il segno più tangibile dello schifo che non posso esimermi dal rappresentare.

sabato 24 maggio 2008

Autoritratto - I

Come già dissi in passato, odio la mia immagine, odio gli specchi, ogni volta è una stilettata al mio piccolissimo cuore.

Allora, in assenza di dispositivi fotografici, cosa di meglio che descrivermi a tutti voi per umiliarmi e punirmi?

Prima, una mia "carta d'identità"

Altezza: 1,65 m
Peso: 80 kg
Occhi: marroni
Capelli: neri tendenti al castano
Scarpe: 44
Lunghezza pene: a riposo 3,2 cm, in "erezione" 9 cm

La mia faccia, tonda e plebea, è caratterizzata da folte sopracciglia che si uniscono poco sopra il naso, questo schiacciato e largo. La bocca, sempre attorniata da crosticine gialle, prepara la visione di una dentatura storta, seppure integra. Lo spessore di tartaro arancio chiaro impedisce talvolta di vedere la congiunzione tra i denti, la lingua biancastra odora di sterco fermentato. La barba me la faccio alla meno peggio, a volte da un lato a volte dall'altro, una volta a settimana. Alcune pustoline rosse sulla fronte e delle orecchie piccine e attillate, miniere però di cerume, completano il quadro di un volto semplicemente disgustoso.

Un collo tozzo e praticamente assente attacca questa testa di merda a un corpo che non augurerei al mio peggior nemico, ma di cui parlerò solo la prossima volta. La nausea e le lacrime hanno già raggiunto il limite per oggi.

lunedì 19 maggio 2008

Tortura cinese

Lo ammetto, ho preso anche spunto dai vostri commenti, ma lo avevo in mente da tempo.

Ricordandomi di un racconto erotico di serie Z letto tanti anni fa, ho deciso di procurare dei taglietti minuscoli sul mio piccolo e flaccidissimo pene. Non poteva uscire sangue, troppo piccole, seppur numerosissime, erano le fessure.

La tempesta non era che nel suo momento di quiete, quello più spaventoso poiché, a tal punto, non può che progredire verso un destino di distruzione.

Ho preso tre pillole, ingoiate con forza l'una dopo l'altra, con le furia che ha solo un folle, sudando e petando con tutta l'energia che mi è rimasta. Tre pillole di Viagra.

La tempesta non aveva che da attendere per scatenarsi, le nubi si addensavano bigie fino ad esplodere.

E dopo alcune ore è esplosa anche l'erezione, con la potenza possibile solo dopo settimane di impotenza. Il pene indolenzito già doleva per l'incommensurabile sforzo. Ma non era che l'inizio.

La tempesta sta per erompere, le prime gocce cadono, cupi tuoni in lontananza.

I taglietti, ora divenuti ben visibili, si dilatano, ed iniziano a grondare.

La tempesta, la tempesta... riuscirò a vedere, vivo, la fine?

Non so quando finirà questo supplizio. Vorrei masturbarmi, ma riesco a malapena a battere queste poche lettere sulla tastiera.

giovedì 7 febbraio 2008

Confessione

Ci credereste, se vi dicessi che quell'omino dell'ASL del post precedente sono io?

martedì 5 febbraio 2008

L'orrido desiderio

Ti vorrei mangiare.

Strapparti divellere deglutire

quelle carni innocenti di meretrice

mancata.

Vorrei avviluppare nelle spire del mio dolore

le ciocche straziate dei tuoi capelli

sempre tiepidi.

Osservarti con estasi mentre implori

come mai avevi fatto

di lasciarti attaccati quei seni

che tutti bramano

e che tu parevi ignorare.

Avvertire nel mio stomaco

il tuo stomaco

forato all'improvviso

come mille aspirine.

Concepire il dolore

solo tuo tutto tuo

del tuo sesso in preda ai denti miei

il tuo clitoride madido tra la mie labbra schifate.

Scarnificare quelle gambe

quelle vene quei passi

distanti se ricordi quel pomeriggio quel sole

appena filtrato dalle persiane

silenziose.

E poi non digerirti.

Non lo merito io

e non lo meriti tu.

Bruciarti scottarti ustionarti

coi miei succhi gastrici osceni.


E lasciarti, le cervella e gli intestini

tutt'uno con il cuore

in uno squallido cesso

di autogrill,

vomito informe tra piscio di drogati.