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lunedì 11 gennaio 2010

Come in un attimo... è amore

È proprio vero che c'è speranza per tutti.

Lo posso sussurrare: sono innamorato, ricambiato e fidanzato.

Dovevo iniziare a fare lo spazzino al turno dell'alba: con coraggio, ci sono andato, e lì ho conosciuto la persona che ha cambiato la mia vita.

Si chiama Alberto, ha poco più di quarant'anni. Anche lui rinnegato da questo mondo, finito a lavorare quando nessuno lo può -né lo vuole- vedere. Tranne me, che condivido il suo destino.

Non è stato un inizio semplice: per quasi un mese non ci rivolgevamo quasi la parola, se non l'essenziale per coordinare il nostro lavoro. Poi abbiamo iniziato a notare che tra i rifiuti ci sentivamo a nostro agio. Noi, rifiuti tra i rifiuti.

Qualche sguardo tenero, gonfiori malcelati nei pantaloni. I sorrisi con denti incrostati di placche arancio. Poi mi ha insegnato a mangiare le bucce fetide di banana, e il mio seguirlo con passione ci ha fatto capire che poteva essere l'occasione giusta.

Ieri, dopo albe passate sempre più a sfiorarci, ci siamo finalmente baciati. Lui, intenerito e coscienzioso, ha cercato di ritrarsi facendomi notare -come se non l'avessi visto!- che un purulento herpes gli sfigurava il labbro inferiore. Ma non resistevo più. Per fargli capire tutta la mia volontà nel dare una svolta alla mia (nostra!) vita, ho iniziato a suggergli il labbro proprio lì dove svettava la pustola virale. E poi, le nostre lingue patinate di giallo opaco si sono incontrate. Il mio primo bacio. Denti storti che s'incontrano e ogni tanto, inesperti quali siamo, mordono l'interno guancia dell'altro. Saliva che esce penzolante e che raccogliamo con garbo anche se finisce sui nostri guanti lordi di nettezza.

Ormai non vivo che per essere lì all'alba, cullandomi su una nuvoletta chiamata Alberto.

venerdì 27 novembre 2009

Angela è salva. E turpe.

L'hanno dimessa ieri.

È ancora viva, anche se dubito me la faranno sposare.
Mio padre vuole un erede.
E ad Angela le hanno cucito il sesso. Solo un sottilissimo forellino per fare uscire l'urina. Il resto è celato dietro abbondanti nonché permanenti suture.

Il mio minuto pene potrà entrare pure nell'uretra, non sarà un problema.

Sono ossessionato, sarebbe il coronamento del nostro significato nel mondo, un continuo scambio di escrezioni al posto dell'incontro dei fluidi della vita.

Bramo la sua uretra, scartavetrata dall'infezione crudele.

Ma lei è segregata in casa, i miei fanno finta che non sia mai esistita, e ora non sanno a chi darmi in pasto. Non ce ne sono altre come lei.

Non ce la faccio, è sempre eretto: e la mia cronica impossibilità ad eiaculare mi impedisce di sfogarlo. Duole come se lo fendessi con un gancio arrugginito. E tutto questo per un'uretra, la sua uretra!

E se persino il mio ridicolo membro fosse troppo grande per quel tubicino infetto, poco male, staccare un brandello della sutura e allargare il canalicolo urinario non sarà un problema, dopo quello che è stata capace di fare.

Me la immagino, con quei peli pubici lunghissimi, ispidi, incrostati di sporcizia giallognola, inumiditi dal suo sacro fetore. E tra quel giardino di dannazione, la porticina che darebbe un senso alla mia vita...

- Angela come sta?
Ho chiesto oggi ai miei.
- Non so... stava male?
Risposta di mio padre. Come se non fosse mai esistita.

Ma io non mi do pace; l'escrescenza carnosa che definisco pene pulsa sangue, e tutto per l'indecente e insalubre pube angelico!

domenica 25 ottobre 2009

Un gesto d'amore per me

Angela è attualmente in ospedale. Ricoverata stamattina.
Non voglio indugiare nel dire cosa le è successo: ha cercato di strapparsi l'abominevole condiloma con un cacciavite (arrugginito, fra l'altro).

L'ha trovata suo padre in camera da letto, dopo aver sentito un urlo lancinante. L'ha trovata riversa sul letto, pare svenuta, e alla raccapricciante visione (un robo lungo e molliccio mezzo strappato, da cui usciva abbondante sangue a grumi impastati di pus) ha vomitato a terra.
Questo è quanto sono riuscito a sapere.
Ma non mi bastava.
Lei lo aveva fatto per me, dopo la vergogna subita pochi giorni fa...
...un gesto d'amore.

Sono andato a casa di Angela, mentre la famiglia era al suo capezzale in ospedale. E sono salito in camera sua.

Pezzettini di cordolo sparsi sul letto - matrimoniale (per farla stare comoda data la sua stazza).

Sangue ormai rappreso.

La mia attenzione si fissa sul brano condilomatoso più voluminoso, grosso circa come mezzo mignolo. Lo tocco, lo stringo tra due dita. Sembra un blocchetto di gelatina, ma ad ogni stretta si svuota, perdendo liquami appiccicosi. Come una medusa che nuota in un mare di pus.

L'odore - pesce pesce pesce. Marcissimo, come fatto putrefarre sotto un covo di feci verdastre.

Un attimo, e me lo spingo su per una narice. Quel blocchetto di escrescenza virale - voglio viverlo.
Arriva improvviso al cervello un tanfo che non credevo possibile trovare insopportabile, io, abituato a quel che sono abituato.

Manca il fiato.
Non respiro.
Sento che dalla narice mi passa in gola. Lo ingoio. Che sensazione, come deglutire un cubetto di catarro.

Noto una macchia scura. Angela, dallo sforzo o dallo spavento, durante la turpe operazione si era cacata addosso, evidentemente. Inumidisco il lenzuolo con tutta la bava che ho in corpo, e lecco, lecco, lecco i rimasugli di nuovo freschi.

Mi sdraio su quel letto ricettacolo di ogni malattia.
Un altro gesto istintivo: lo tiro fuori, mi masturbo.
Ovviamente non riesco a venire. Ma le mani zozze mi avranno infettato un po' il membro - voglio essere come Angela, il mio Angelo!

Scendo giù, prendo un bicchiere e un po' d'acqua. Nell'alzarmi, pesto il vomito paterno, e cerco minuziosamente se vi sono tracce del sesso angelico. Mi sembra di averne trovata una - ma a un'analisi più attenta, è un pezzo d'aglio mezzo digerito eruttato dal padre. Immagino che mi piacerebbe infilarmelo come fosse una supposta - ma solo se l'avesse mangiato lei.

Porto su il bicchiere, e riunisco tutti i pezzettini papillomatosi spiaccicati sul lenzuolo e sulla moquette, fin dove arriva la pozza di vomito del padre.
E uno a uno, li caccio nel bicchiere.

Una bevanda densa, grumosa, giallo ocra, dalla carica batterica devastante.
E giù in un sorso. Mi va anche di traverso: meglio anche trachea e narici si sono imbevute dell'essenza di Angela. È come se ci fossimo uniti sessualmente.

Ogni tanto mi viene su il vomito, ma lo blocco in bocca e deglutisco.
Per quello che spruzza fuori dalle narici, lo lecco ovunque cada.

giovedì 16 luglio 2009

Il gelatino

Zitti. Tre quarti d'ora.

L'unica domanda, lei a me: "Che lavoro fai?"
Io la guardo imbarazzato, e continuo a leccare il gelatino.

Poi, siamo tornati a casa dei miei. Mio padre le ha subito chiesto: "ti sei annoiata con questo noiosone?". E lei: "Ma no, è simpatico".

Ci vediamo di nuovo questo fine settimana, "una gita al lago" ha decretato mio padre-padrone.
"Veniamo anche noi" ha aggiunto mia madre "ma fate come se non ci fossimo".

Però la scorsa notte l'ho sognata. Era accovacciata su una sedia sfondata, come se stesse covando delle uova. E tra le gambe grassocce si faceva strada un rivolo d'urina densa, forse carica di batteri, sgocciolando da madidi peli pubici che sembravano capelli tanto erano lunghi.

mercoledì 15 luglio 2009

Una moglie per me?

Questa volta il titolo non è fuorviante.

I miei genitori, nella loro infinita crudeltà, hanno deciso di sottopormi a questa umiliazione.

Stanchi di avere un budino rancido ciondolante per casa, perdente goccioloni di feci ed evitato anche dal cane, hanno deciso di volermi accasare.

Ma chi può prendere un individuo del genere? Ovvio, qualcuna (quasi) del mio livello: Angela.
Angela è la figlia di amici di famiglia, è un bocciuolo di letame cresciuto nella campagna fosca e degenerata. Molto larga, poco alta. Capelli neri ricci, un naso gonfio e aquilino, e basta, non voglio continuare a descriverla.
Oh, sono autocritico: rispetto a me, è Afrodite. Ma perché io sono io, giusto per questo.

Ci hanno fatto conoscere a tradimento, "poi magari vi vedete e andate a prendere un gelatino insieme".

Angela mi ha guardato, visibilmente imbarazzata, nonostante mio padre mi avesse fatto lavare a forza, minacciando di lasciarmi sotto un ponte.

Il primo incontro, con i genitori di entrambi, è stato un incubo.

Ma nulla in confronto al vegnente "gelatino".

Sopravviverò? Riuscirò a infilare un dito in quella vagina affossata tra il flaccido grasso delle sue gambe, segreto rimasto inesplorato se non dalle sue timide e gonfie dita?

Mi disgusta, ma ogni tanto quando ci penso un fiotto bruciante mi giunge ai rimasugli di pene infetto.

martedì 1 aprile 2008

Travaglio

Sto malissimo. Ho interrotto da pochi giorni l'assunzione continuata di antidiarroici. Non ho ancora defecato, e fisicamente riesco a malapena a respirare senza sentire le cacche dure come sassi che si sono cementate nel mio intestino. Ma non sto malissimo per questo, ma perché, tra pochi altri giorni, sarò costretto a prendere un purgante, e a partorire con dolore. Mio figlio non sarà mai abbastanza grande per ricevere tutto il mio affetto.

Anche durante questa mia gravidanza mi sto rivelando un fallito.

Forse sarebbe meglio imbottirmi ancora di Imodium, e assieme ad essi una buona dose di sonniferi.

mercoledì 26 marzo 2008

Gestazione

Lo sento, è dentro di me. Sono ormai diversi giorni che vado avanti ad Imodium. Ho la pancia gonfissima e sento talvolta dolori lancinanti. Perdo anche un po' di sangue. Ma questi piccoli disguidi non mi faranno desistere. Dovessi pure morire. D'altronde, se non si muore per i propri figli, per chi si deve morire?

In contemporanea mi sto abbuffando, in modo da avere più materiale possibile per il mio bambino, mentre bevo pochissimo e mi masturbo frequentemente, in modo da avere vescica e ghiandole seminali più piccole possibili, non devono sottrarre spazio al mio bambino.

Ogni volta che mi corico lo sento, mi tocco la pancia gonfia di feci, legata stretta da un'overdose di Imodium, e oblio tutti i miei mali. Ah, potessi morire di parto!

venerdì 21 marzo 2008

La pillola della fertilità

Ho deciso di fare una cosa che desideravo da tempo. Ora vado a prendere una scatola di Imodium, il noto antidiarroico, e ne prendo diverse capsule insieme, ripetendo l'operazione per alcuni giorni.
Il mio unico conforto è la cacca, e ogni volta che vado in bagno è una sofferenza salutarla - quell'ammasso informe di grumi fetidi è tutto quel che ho. Tirare lo sciacquone mi riempie di mestizia - raramente compio questo gesto, infatti.
Ora, finalmente, la terrò dentro per giorni, o per settimane... sarà come aspettare un figlio, desiderato per anni e mai arrivato. E quando, o meglio SE, dovessi defecare nuovamente, custodirò il frutto della mia lunga gestazione in modo da avere sempre qualcuno accanto a cui dare il mio patetico ed ignorato affetto.