domenica 3 luglio 2022

Una bella bevuta fresca contro il caldo

In questi giorni la canicola morde più del solito, e lascio immaginare al lettore l'odore del mio copioso sudore.

Ma ieri è successo un fatto per me abbastanza solito, cioè una violenta diarrea, di quella che dopo le prime tre scariche ricche di gelatinosi blocchetti marroncini, simili a cioccolatini ripieni di nocciola abbandonati al sole, inizia a regalare copiosi flussi di acqua sporca e dall'alta carica batterica. La diarrea in questo caso si è rivelata più abbondante e persistente del solito, e ho pensato di capitalizzare le inarrestabili pisciate dal culo che non accennano a ridursi, né in frequenza né in quantità.

Mi sono procurato, al negozio cinese sotto casa (dove la commessa mi ha scoperto mentre cercavo di spiarle il seno che si intravedeva dalla camicia sbottonata - che tristezza profonda bramare cose che non saranno mai mie, nemmeno in una versione ridotta), alcune caraffe dall'ampia apertura e relativi grandi tappi di sughero.

A ogni nuovo crampo all'intestino, mi sono recato in bagno con una caraffa, e vi ho rovesciato all'interno tutta quell'acquetta piena di germi e sporadici pezzettini di feci e peli. La gittata è molto potente, complice anche l'ampolla rettale slargata dai pochi ma degradanti vizi del mio passato.

Nel frigo ho adesso cinque traboccanti caraffe, con una densa sabbiolina sul fondo e alcuni spugnosi blocchetti quasi gommosi che nuotano nel liquido torbido. Anzi, le caraffe traboccanti sono solo quattro, una è quasi vuota: me ne sono fatti due freschi bicchieri, mentre il termometro raggiungeva i 38 gradi e neanche una nuvola solcava il cielo di questo luglio, che si preannuncia orribile.

La bevanda, tra l'altro, riporta sorniona i germi che il mio corpo aveva cercato con fatica a espellere. In questo modo sto alimentando un circolo virtuoso che potrebbe procurarmi per almeno un mesetto abbondante un fresco drink per superare questa ennesima, inutile, fase della mia vita.

lunedì 28 marzo 2022

Di nuovo nel baratro

Eccomi di nuovo qui.

Quando tutto sembrava andare per il verso giusto, è arrivata la pandemia, come penso anche i più disinformati di voi sapranno. Sia chiaro, per uno come me abituato a vivere letteralmente tra gli escrementi e lo stracchino andato a male impastato sui peli pubici, i timori di ammalarmi non mi hanno mai sfiorato, se non nei primi momenti quando non si sapeva davvero di cosa si trattasse (e più per il timore di perdere la mia nuova vita che per il fatto in sé di contrarre un'infezione).

Invece la convivenza forzata con il mio compagno mi ha fatto scoprire che le scappatelle su cui chiudevo un occhio erano qualcosa di più, e che non solo uomini ma anche donne (queste a pagamento, sia chiaro) facevano parte dei suoi interessi. Dopo poche settimane di lockdown, quando mi afferrava quel mozzicone che ci vuol coraggio a chiamare cazzo, non lo faceva più con il fare gentile e un po' colpevole di chi sa che deve qualcosa anche alla sua dolce metà, ma con la rabbia e la frustrazione di chi si sta accorgendo che qualcosa non va. E sono sicuro che i giochi sempre più sadici che mi proponeva (e che avevano come vittima sempre quel cordolo di carne guasta da cui ogni tanto esce uno sperma impastato di pus rancido) non erano per "ravvivare l'atmosfera", ma per farmi del male e sfogarsi.

E poi, a stare sempre in casa ho riscoperto le vecchie passioni di un tempo, quando ero uno scapolo impiegato della ASL che si crogiolava negli scatoloni in cui mi piaceva cacare a volontà. Una volta, quando le restrizioni erano temporaneamente allentate e lui era fuori, mi strinsi intorno una coperta (unica cosa che veniva dalla mia vecchia casa) e ho lasciato che il mio sfintere si dilatasse... mi addormentai così, e al risveglio lui era dietro di me che mi fissava con sconforto. Mi fece ingoiare tanto di quell'imodium che stavo soffocando, e segnò sul calendario gli orari e i giorni (tre al mese) in cui mi sarei potuto liberare mentre lui sorvegliava. Ovviamente mentre era fuori casa dovevo stare nudo, rinchiuso in una stanza vuota. L'aspetto positivo è che giocoforza ho dovuto abbandonare il lavoro part-time che avevo e che non vedevo l'ora di terminare.

Sembrano racconti rocamboleschi simili alle mie vecchie disavventure, ma la realtà è che sono stati i pochi episodi degni di essere raccontati in oltre due anni. Per il resto, solo silenzi, dolori allucinanti all'intestino stracolmo e al pene sempre più abraso, ogni tanto voci che ansimano di piacere fuori dalla porta della stanza dove venivo rinchiuso, ma nulla più.

Non ho mai avuto la forza ma soprattutto l'interesse a ribellarmi, e ho solo aspettato di essere lasciato solo, in questa casa (dove l'intestatario dell'affitto sono io, affitto che ho scoperto che non veniva pagato neanche durante la mia reclusione, nonostante lui dicesse il contrario).

Ora sono improvvisamente tornato indietro di almeno dieci anni, speriamo che ci sia una nuova Angela che mi apra nuove vie attraverso degli incancreniti condilomi ramificati.

lunedì 12 agosto 2019

Una vita serena

In molti mi hanno chiesto di scrivere qualcosa di nuovo, ed eccomi qui a farlo. Ma a scrivervi è un altro me. Ebbene sì, i miracoli avvengono e ne sono testimone in prima persona.

Non è stato facile trovare un equilibrio, e ancora meno tornare ad assumere un aspetto che non terrorizzasse il mondo là fuori. Ma, con tenacia sebbene con qualche incidente di percorso, ce l'ho fatta!

Adesso ho un lavoro modesto ma che mi permette di vivere onestamente, un corpo brutto ma che ho imparato ad accettare e un uomo al mio fianco che mi ama per come sono, e anche se devo chiudere un occhio su certe scappatelle senza le quali non potrebbe sentirsi al 100% soddisfatto, lo faccio senza troppi crucci.

Amici, rileggendo i vecchi post mi sembra di trovarmi di fronte alla vita di un'altra persona e insieme di sfogliare l'album dei ricordi. Come potevo essere così? Non mi condanno in toto, ed alcuni miei vecchi vizi ho imparato a integrarli in una vita normale piuttosto che cercare senza successo di rimuoverli.

Vi devo ringraziare, perché se pure insultandomi e a volte dubitando delle mie parole (e come darvi torto, sarei il primo adesso a mettere in dubbio certe confessioni, se provenissero da qualcun altro!), siete stati il mio unico contatto con il mondo... ma sì, lasciatemelo dire: i miei unici amici!

Cosa farò con questo blog in futuro? Non lo so, ma penso proprio che tornerò ogni tanto a scrivere per raccontarvi la mia nuova vita, una vita normale, forse mediocre potrebbe dire qualche maligno, ma che finalmente mi fa guardare allo specchio senza paura!

Restate in ascolto quindi, potreste leggerne delle belle!

p.s. e grazie ancora!

mercoledì 17 aprile 2013

Purtroppo sono ancora vivo

Sì, non era quello che speravo, ma alla fine sono ancora qui. Persone che si meriterebbero di vivere molto più di me muoiono ogni giorno, io invece, malato purulento e soprattutto inutile, sopravvivo a tutto, pure a quasi due anni in mano ai peggiori strozzini in circolazione.

I 4000 euro che dovevo loro, e che già in partenza non avevo, sono diventati brevemente 8000, 15000, 30000... d'altronde, quei tre tagliagole albanesi lo sapevano sin dall'inizio che non avevo un centesimo. Ma, acuti psicologi come ogni usuraio che si rispetti, avevano capito che potevano sfruttare la mia abiezione e soprattutto la mia invisibilità agli occhi del mondo per farmi fare ciò che desiderassero. Ero lo schiavo perfetto: privo già di suo di dignità e senza nessuno che si preoccupasse di lui.

Hanno intestato a me ogni tipo di attività di copertura, beni che poi rivendevano, e tante cose che non capivo nemmeno cosa fossero. Io firmavo e cacavo, e basta. Gestivano anche un po' di troie, e passare una notte (nella stessa stanza, mica a fare nulla eh) insieme a me era la punizione suprema per le loro insubordinazioni. Una ragazza di circa 20 anni, nera mi sembra (non ricordo bene, stavo sempre al buio), è quasi morta a forza di vomitare tutta la notte.

Oh, ma non voglio far apparire questo tempo più epico di quello che è stato. Semplicemente, stavo in una stanza non lontana da casa mia e petavo, cacavo, pisciavo (ormai più da un'apertura sbertucciata sotto la pancia che da un vero e proprio cazzo, per quanto piccino) e ogni tanto firmavo fogli. Un vero e proprio bagno non c'era, ma i miei aguzzini si sono resi rapidamente conto che non me ne sarei fatto nulla.

Perché ora sono libero? Eroica fuga? Denuncia da parte di una delle troie sfruttate, magari dopo che le ho dato io la forza in una notte di cacca e di amore platonico? Ribellione (magari armato di una spada di merda)? Una guerra tra bande?

Macché, semplicemente gli albanesi di cui sopra si sono spostati in un'altra regione (o forse all'estero, non ci ho capito molto) a proseguire i loro affari, e sapevano benissimo che uno come me gli avrebbe dato più grane da morto che da vivo.

Eccomi qui, ho perso un'altra occasione per morire.

lunedì 13 giugno 2011

Il mestruo di una troia

Ci ho riprovato. Sono andato di nuovo a puttane, dopo il disastroso tentativo di due anni fa, quando rimediai solo una figuraccia e un paio di pantaloni cacati.

Stavolta mi sono organizzato meglio: più psicofarmaci e anche un po' di alcool prima di recarmi sui peccaminosi viali (ovviamente in una zona diversa dall'altra volta), un blocchetto di soldi (i miei ultimi risparmi, dovrò cercare un nuovo lavoro) ben in vista in mano, e un biglietto dell'autobus da obliterare con audacia.

Scendo al capolinea.
Un strada a doppio senso di marcia, costeggiata da alti alberi e una pineta che raggiunge le prime case, quasi ruderi sicuramente abitati abusivamente.
Le donne del mio desiderio stanno là, a poche decine di metri di distanza, conversano tra loro e ogni tanto ridono, sicuramente parlando con disprezzo dei loro clienti. Gente che, rispetto a me, farebbe comunque un figurone.

Mi avvicino, ma appena la giacca di una di loro si apre e rivela la totale assenza di altri vestiti, palesando lo splendido seno dai capezzoli bitorzoluti, arretro terrorizzato.
Non ce la farò neanche stavolta.
Poi il miracolo: finalmente i superalcolici e il Bromazepam iniziano a fare il loro effetto combinato, e una vampata di caldo e di sonno mi investe improvvisa. Mi avvicino, come se fossi in un sogno, vedo la scena dall'esterno.
Punto a una ragazza che sembra la più affabile, si vede che è inesperta e un po' timorosa. Non avrà sicuramente più di 19 anni.

Appaio quasi all'improvviso di fronte a lei. Per quello che mi ricordo, indossava un body nero, da cui a fatica si scorgevano un paio di tettine appuntite. Le gambe snelle, i capelli scuri e il trucco pesante sopra gli occhi è tutto ciò che rammento.
Non dico nulla, le mostro solo i soldi con la mano che mi trema.
Lei, impaurita e disgustata dal nausebondo puzzo che emano, arretra e mi dice qualcosa che non capisco. Le chiedo di ripetermelo parecchie volte, finché non grida, in un italiano stentato, qualcosa come: "Non posso, ho mie cose!".
Ho realizzato solo una volta tornato a casa che era una scusa... rifiutato persino da una puttana minorenne...

Una donna più grande, capita la situazione, si avvicina e mi dice: "Non hai capito? Vuoi scopare o berti le sue cose?", convinta di disgustarmi.

Invece, il secondo miracolo.

Un'erezione!
Piena, vigorosa, seppur dolorosissima, nonostante le sostanze ingurgitate per farmi coraggio avrebbero dovuto inibirla.
Il pensiero del liquido denso, sanguigno, puzzolente e certamente pieno di virus, secreto da una vagina sfondata e infiammata, grondante pus e sperma rappreso mi ha eccitato in un modo inedito.

"Ti prego, ti pago quanto vuoi... fammi bere le tue cose..." dico emettendo gas fetidi dalla mia bocca incrostata di tartaro.

Le due prostitute restano sorprese e scioccate, ma non per molto. Al che la più grande mi dice di aspettare, che mi avrebbe portato un po' di quella roba.
Io, reso audace dal minuscolo pene rigido, la avverto che pagherò solo se potrò raccogliere io stesso il mestruo che sgocciolerà dalle grandi labbra della ragazzina.
"Ti costerà molto"
"Quanto?"
"Almeno 4000 euro. Tu quanti ne hai?"
Non riesco a contarli, me li strappa di mano l'arpia e poi li getta per terra.
"Troppo pochi, torna tra una settimana esatta con i soldi".

Me ne vado senza salutare, a piedi per ore dopo aver perso l'ultimo autobus notturno. A ogni passo il culo mi brucia fin quasi a perdere i sensi, per via delle croste fecali che lo infettano da mesi.

Come abbia fatto a ottenere tutti quei soldi, è ovvio. Come pagare gli usurai ci penserò un'altra volta.

Ieri sera, finalmente, la grande notte. Arrivo lì, appena mi vedono smettono tutte di parlare. Io tremo. L'anziana del gruppo si avvicina, mi strappa la busta coi soldi e li conta. Poi si abbassa la minigonna (le mutande non le aveva) e mi dà un bicchiere sporco di terriccio.
"Forza, mettimelo sotto e se provi anche solo a sfiorarmi, ti facciamo tutte a pezzi".
Io balbetto: "Ma non tu... lei...", e indico la ragazzina con le tettine e il body.
Lo sguardo minaccioso di tutte insieme in cerchio mi fanno desistere da ogni altra protesta.

Metto il bicchiere sotto le gambe della puttana, pronto a ricevere quello che, a occhio e croce, doveva essere l'ultima mestruazione della sua vita, o quasi.
Rilascia improvvisa le grandi labbra, che fino a quel momento erano rimaste contratte per non fare uscire inopportunamente il prezioso oro rosso.

Ploch, ploch. Due pesanti grumi rappresi si schiantano nel bicchiere, uno dei due esplode fragoroso e lorda il contenitore già sporco di suo, liberando un tanfo di sangue marcio, pesce ammuffito e sperma malato.
La guardo, aspetto che caschi altro. Per 4000 euro e la mia vita in mano a un tagliagole mi sembra un po' poco.
Cade un'altra minuta goccia di sangue, poi la troia mi fa cenno di sparire.

"Ma...", mi appresto a protestare, ma le parole mi si strozzano in gola. Una prostituta nera, grassoccia e dalle forme eccessive tira fuori un coltello e mi chiede, in italiano maccheronico, se ci tengo a tornare a casa con il pisello attaccato al corpo. In realtà non me ne importa nulla, ma scappo terrorizzato.
Taglieggiato da un gruppetto di clandestine sfruttate, che ridono e fanno vocine di disgusto mentre fuggo come una lepre ferita.

L'erezione della settimana prima è solo un blando ricordo.

Guardo il bicchiere, annuso. C'è odore di germi, germi di ogni tipo, come uno starnuto impastato con la diarrea prelevata dall'intestino di un morto di colera.
Tra il sange coagulato si intravedono anche dei pallini bianchi: uova di piattole, grumini di sperma antico o entrambi?

Bevo tutto di un sorso, apatico, senza alcuna voglia.

E torno a casa, sconfitto su ogni fronte.

giovedì 20 gennaio 2011

Stracchino

Ho il pisello davvero piccolo. Non bastava essere brutto, tozzo, disadattato, instabile. No, pure quello.

Per dare al ridicolo membro un senso di esistenza (non che mi serva a qualcosa, sia chiaro), ho deciso di tagliarmi i peli pubici. Così, senza il cespuglione che letteralmente nasconde il pisellino, almeno posso ammirarlo, sperando che si decida ad erigersi ogni tanto. Non ho neanche lo sfogo della masturbazione.

Prendo delle forbicine e pazientemente tagliuzzo i peli ispidi, lunghi, riccioluti e rancidi, crostosi e giallognoli. L'odore che si sprigiona è agghiacciante, persino per me. A un certo punto, delle piccole palline biancastre cadono a terra: a un'esame più attento, si rivelano essere uova di qualche insetto, che in quel microhabitat aveva trovato la dimora ideale.

I peli sono infine tutti a terra, che si attraggono l'un l'altro elettrostaticamente, è un autentico cespuglio di sporcizia.

Guardo quel groviglio fetido, e mi viene fame.

Apro il frigo, c'è un panetto di stracchino, curiosamente non ancora scaduto.

Apro la confezione.

Il panetto è bianco, troppo pulito e perfetto per me.

Mi giro.

Guardo i peli.

Mi giro.

Guardo lo stracchino.

Raccolgo i peli.

Ho la mano densa di grumi pelosi, unta, untissima.

Un colpo, e inzio a impastare i peli nel panetto di stracchino. Una palla pelosa e appiccicosa viene a formarsi di fronte ai miei occhi, sono quasi eccitato.

Inizio a mangiare la prelibatezza. Alcuni peli mi vanno di traverso; la pasta bianca e ispida si va a spiaccicare sui denti pieni di pezzetti arancioni di tartaro.

Alcuni peli, lunghi e insidiosi, mi restano incagliati tra i denti, e non ho nessuna voglia di togliermeli. Il giorno che lo farò, verranno via con blocchetti ingenti di sozzume.

Un pezzo di stracchino peloso mi va di traverso, con un piccolo rigurgito mi sale su un vomito che brucia, e si ferma nell'esofago.


Dopo rutto: vi lascio immaginare l'odore.

venerdì 7 gennaio 2011

Nel baratro. Di nuovo.

La mia lunga assenza non è stata dovuta né a morti o eventi infausti, né a noia.

Cacciato fuori di casa dai miei (che nel frattempo avevano scoperto la tresca con Alberto), sono tornato nel mio squallido tugurio e ho deciso di voltare pagina.

Per prima cosa, ho cercato e trovato una filippina che, bisognosa di denaro e priva di permesso di soggiorno, ha accettato di pulire casa mia. Era vecchia e sdentata, e dormiva spesso all'addiaccio. Con i miei soldi, si è potuta almeno permettere qualche sbronza. Ero divenuto all'improvviso spavaldo e pieno di vita, tanto che un giorno toccai anche il culo alla domestica. Lei, rassegnata allo schifo, dalla volta successiva prima di iniziare i duri lavori mi toccava per una decina di minuti il pisello moscio (e che tale restava), in un quadretto triste e infantile anche per dei bambini alle prime scoperte.

Dopo essermi persino fatto la doccia, sono andato alla ricerca di un lavoro. Per chi è disposto a tutto, non è dura trovare qulacosa come molti vogliono fare credere. Andai in un ospizio, e quando il direttore, un prete ultraottantenne, mi disse che se volevo fare l'inserviente, avrei dovuto pulire le cacate dei vecchi e molto peggio ancora, io mi sentii al settimo cielo.

Una notte, preso dalla felicità (o qualcosa di non troppo distante), per un momento ebbi addirittura un'erezione. Con il cuore che batteva a 1000, cercai di farla fruttare muovendo con violenza sovrumana la pelle su e giù. Dopo giorni mesi anni senza un orgasmo, perdendo solo un po' di seme durante pisciate che bruciano come l'inferno, non ce la facevo più a tenere tutto dentro. Una sorta di languore mai provato prima mi stava invadendo la punta del microfallo, una sorta di preorgasmo iperamplificato. Dopo una devastante masturbazione durata quasi un'ora, la lunghissima erezione cessò senza essermi potuto liberare. Il sudore rancido grondava sul letto di nuovo pieno di schifezze, dopo solo una settimana che avevo congedato la vecchia toccatrice.

Mi ricapitò per una settimana intera, ma nulla. Dopo, una mattina andai in bagno, mi scappava fortissimo la pipì. Non riuscivo a fare uscire nulla, nonostante la vescica mi stesse scoppiando. Sentii che avevo un'ostruzione nell'uretra. Dopo inutili strizzature per fare uscire l'intrusco, cacciai uno stuzzicadenti nel buchino del pene, ed estrassi un immane pallocco di sperma rappreso. Finalmente un'eiaculazione, ma nel mio stile. Senza piacere, senza relax, solo un insostenibile dolore.

Non ho voglia di raccontare, almeno ora, perché non lavoro più all'ospizio.

Adesso sono dieci giorni che sto sdraiato dentro una cassapanca, in un bagno rilassante di escrementi di ogni consistenza, con il pc unico amico. Ero uscito alla luce, ma ora è peggio di prima. Ormai sono rassegnato, non chiedo più neanche aiuto.

lunedì 22 febbraio 2010

sto pensando di mettere il mio cazzo nel tubo di scappamento di un'auto, e lasciarlo abbrustolire.

è una buona idea.

sabato 13 febbraio 2010

Un dispetto

Sono sceso in cucina, ho aperto il frigo, ho visto il tiramisù appena preparato da mio padre, e ci ho vomitato sopra.
I pezzetti di cibo lordato dal muco si inserivano alla perfezione con il mascarpone un po' avanti coi giorni e il giallo denso delle uova salmonellose.

Quando lo scopre, mi ammazza.

sabato 23 gennaio 2010

Stronzi e sodomia

Finalmente: "Verresti a casa mia dopo il lavoro? Ti faccio vedere la mia topaia".

L'ha detto, e io non ci potevo credere. Finalmente, vera intimità! Io e lui, la nostra prima volta, il senso di una vita che arriva tutto d'un tratto...

Casa sua, tutto sommato, era piuttosto decente per i miei standard. Un parquet vecchissimo e pieno di muffa ospitava pochi mobili e ancora meno termosifoni, in un freddo glaciale che perlomeno mitigava l'odore che solo io, credo, posso definire più che sopportabile.

Cercavamo, come due adolescenti alla prima cotta (quali noi siamo davvero!), di fare conversazione, bofonchiando monosillabi.
Il letto!
Ecco l'unico nostro desiderio.

Mi sono sdraiato sul giaciglio putrido, con le lenzuola nera odor cenere mista a feci. E, con uno spirito di iniziativa che non credevo appartenermi, mi sono messo a pancia in giù e mi sono calato i pantaloni. Le mutande ci hanno messo un po' a venire via, appiccicate com'erano ai peli intorno all'ano da qualche settimana di cacate non pulite a dovere. Scendendo, hanno fatto ai glutei globosi una sorta di ceretta.

Lui, molto più impacciato, si è affiancato a me per baciarmi ruotandomi la testa fin quasi a farmi male. Le nostre lingue fuori dalle fauci, si è risolto tutto in un cordolo di bava fetida colata sul coprimaterasso denso d'urina. Da quel momento, denso anche della mia urina: mi ero appena pisciato addosso.

Spingendolo via, ha capito che doveva avvenire :: la penetrazione!
Bramata da una vita. E sarebbe stato suo appannaggio. Io avrei fatto cilecca.

Andato in bagno a spogliarsi (la sua pudicizia mi conquista), torna con un fallo eretto di dimensioni nella norma, ben oltre il doppio del mio ridicolo mozzicone. Si butta su di me lentamente, con il suo oltre quintale. Fatica a entrare nel mio sfintere: croste fecali ostruiscono la divina unione.

Probabilmente arrivando a farsi sanguinare il membro, riesce infine a superare la barriera di rimasugli organici, per entrare nel mio lurido corpiciattolo con la poca forza di cui è dotato. Il piacere è per me immediato: l'intestino, così incommensurabilmente stimolato, non può che iniziare ad espellere feci, incontrollatamente. La pressione dei miei escrementi ci ha messo poco a respingere quella femminea penetrazione. Dopo le prime piccole e liquefatte cacchette, rilasciate in modo del tutto involontario, non ho potuto che obbedire al mio piacere: e ho iniziato a sforzarmi, spingendo fuori tutta la merda che avevo in corpo.
È stata come un'eiaculazione senza precedenti: mentre il pene restava moscio, come inesistente, il retro espelleva con gioia il suo lordume, e io incurante di cosa Alberto -quasi mi ero dimenticato di lui, ormai solo l'accendino che aveva fatto partire la miccia, subito riposto nel taschino- potesse pensare.
Rumori disumani, di aria che scoppiettava tra una deiezione e l'altra, facevano da contorno alla più palese espressione della mia vitalità. Un peto più forte degli altri mi ha fatto scoppiare un'emorroide, come testimoniato dal copioso sangue che ho rilevato poco dopo.

Mai in vita mia avevo fatto una cacata così piacevole.

Alberto mi guardava pallido e sudato, e il suo sguardo diceva, silenzioso e sconsolato, di andare via.
Alzatomi, ho osservato il letto, mentre dal culo mi colava ancora sangue e cacca diarroica, sul giallognolo smorto. Era un florilegio di feci. Per un attimo, ho avuto la tentazione di lanciare la mia faccia su quel cumulo di letame e batteri. Ma Alberto era troppo sconsolato (o forse si preparava a quando, andato via io, avrebbe potuto mangiare in santa pace tutto quel bene).

Avviatomi mesto alla porta, non ho potuto che andarmene senza salutarlo.

A casa, mio padre, vedendomi tornare con i pantaloni con puzzolentissime strisciate arancioni di cacca, mi chiuso a chiave in camera mia, intimandomi di non orinare finché non aprirà la stanza - pena l'evirazione a forza di calci.

lunedì 11 gennaio 2010

Come in un attimo... è amore

È proprio vero che c'è speranza per tutti.

Lo posso sussurrare: sono innamorato, ricambiato e fidanzato.

Dovevo iniziare a fare lo spazzino al turno dell'alba: con coraggio, ci sono andato, e lì ho conosciuto la persona che ha cambiato la mia vita.

Si chiama Alberto, ha poco più di quarant'anni. Anche lui rinnegato da questo mondo, finito a lavorare quando nessuno lo può -né lo vuole- vedere. Tranne me, che condivido il suo destino.

Non è stato un inizio semplice: per quasi un mese non ci rivolgevamo quasi la parola, se non l'essenziale per coordinare il nostro lavoro. Poi abbiamo iniziato a notare che tra i rifiuti ci sentivamo a nostro agio. Noi, rifiuti tra i rifiuti.

Qualche sguardo tenero, gonfiori malcelati nei pantaloni. I sorrisi con denti incrostati di placche arancio. Poi mi ha insegnato a mangiare le bucce fetide di banana, e il mio seguirlo con passione ci ha fatto capire che poteva essere l'occasione giusta.

Ieri, dopo albe passate sempre più a sfiorarci, ci siamo finalmente baciati. Lui, intenerito e coscienzioso, ha cercato di ritrarsi facendomi notare -come se non l'avessi visto!- che un purulento herpes gli sfigurava il labbro inferiore. Ma non resistevo più. Per fargli capire tutta la mia volontà nel dare una svolta alla mia (nostra!) vita, ho iniziato a suggergli il labbro proprio lì dove svettava la pustola virale. E poi, le nostre lingue patinate di giallo opaco si sono incontrate. Il mio primo bacio. Denti storti che s'incontrano e ogni tanto, inesperti quali siamo, mordono l'interno guancia dell'altro. Saliva che esce penzolante e che raccogliamo con garbo anche se finisce sui nostri guanti lordi di nettezza.

Ormai non vivo che per essere lì all'alba, cullandomi su una nuvoletta chiamata Alberto.

venerdì 4 dicembre 2009

Lavori forzati

Mio padre, stanco d'avere un elemento molliccio e puzzolente a casa sua (oltre al suo cazzo), vuole mandarmi a lavorare.
Ma, ASL a parte, chi vuole un essere come me?

"Operatore ecologico", spazzino insomma.
Il turno delle 4 del mattino.
Quando non mi vede nessuno.

"Così finalmente potrà scopare!" ho sentito che mio padre diceva al telefono a un suo amico ubriacone, ridendo di gusto.

Ho iniziato a bere pipì, non solo mia, anche del cane. E non per manie feticiste (per quanto mi possa effettivamente piacere), ma per ammalarmi gravemente prima della prossima settimana, quando prenderò servizio.

venerdì 27 novembre 2009

Angela è salva. E turpe.

L'hanno dimessa ieri.

È ancora viva, anche se dubito me la faranno sposare.
Mio padre vuole un erede.
E ad Angela le hanno cucito il sesso. Solo un sottilissimo forellino per fare uscire l'urina. Il resto è celato dietro abbondanti nonché permanenti suture.

Il mio minuto pene potrà entrare pure nell'uretra, non sarà un problema.

Sono ossessionato, sarebbe il coronamento del nostro significato nel mondo, un continuo scambio di escrezioni al posto dell'incontro dei fluidi della vita.

Bramo la sua uretra, scartavetrata dall'infezione crudele.

Ma lei è segregata in casa, i miei fanno finta che non sia mai esistita, e ora non sanno a chi darmi in pasto. Non ce ne sono altre come lei.

Non ce la faccio, è sempre eretto: e la mia cronica impossibilità ad eiaculare mi impedisce di sfogarlo. Duole come se lo fendessi con un gancio arrugginito. E tutto questo per un'uretra, la sua uretra!

E se persino il mio ridicolo membro fosse troppo grande per quel tubicino infetto, poco male, staccare un brandello della sutura e allargare il canalicolo urinario non sarà un problema, dopo quello che è stata capace di fare.

Me la immagino, con quei peli pubici lunghissimi, ispidi, incrostati di sporcizia giallognola, inumiditi dal suo sacro fetore. E tra quel giardino di dannazione, la porticina che darebbe un senso alla mia vita...

- Angela come sta?
Ho chiesto oggi ai miei.
- Non so... stava male?
Risposta di mio padre. Come se non fosse mai esistita.

Ma io non mi do pace; l'escrescenza carnosa che definisco pene pulsa sangue, e tutto per l'indecente e insalubre pube angelico!

martedì 3 novembre 2009

Angela è in fin di vita

Il turpe gesto col cacciavite le ha provocato un'infezione che si è estesa a tutto il corpo. E lei, da sempre malaticcia, è molto debilitata. Forse non ce la farà.

E io, che in questo momento dovrei starle vicino, sono tenuto a distanza dai suoi genitori; nonostante il continuo ripensare a quei brandelli condilomatosi mi provochi interminabili e dolorose erezioni.

domenica 25 ottobre 2009

Un gesto d'amore per me

Angela è attualmente in ospedale. Ricoverata stamattina.
Non voglio indugiare nel dire cosa le è successo: ha cercato di strapparsi l'abominevole condiloma con un cacciavite (arrugginito, fra l'altro).

L'ha trovata suo padre in camera da letto, dopo aver sentito un urlo lancinante. L'ha trovata riversa sul letto, pare svenuta, e alla raccapricciante visione (un robo lungo e molliccio mezzo strappato, da cui usciva abbondante sangue a grumi impastati di pus) ha vomitato a terra.
Questo è quanto sono riuscito a sapere.
Ma non mi bastava.
Lei lo aveva fatto per me, dopo la vergogna subita pochi giorni fa...
...un gesto d'amore.

Sono andato a casa di Angela, mentre la famiglia era al suo capezzale in ospedale. E sono salito in camera sua.

Pezzettini di cordolo sparsi sul letto - matrimoniale (per farla stare comoda data la sua stazza).

Sangue ormai rappreso.

La mia attenzione si fissa sul brano condilomatoso più voluminoso, grosso circa come mezzo mignolo. Lo tocco, lo stringo tra due dita. Sembra un blocchetto di gelatina, ma ad ogni stretta si svuota, perdendo liquami appiccicosi. Come una medusa che nuota in un mare di pus.

L'odore - pesce pesce pesce. Marcissimo, come fatto putrefarre sotto un covo di feci verdastre.

Un attimo, e me lo spingo su per una narice. Quel blocchetto di escrescenza virale - voglio viverlo.
Arriva improvviso al cervello un tanfo che non credevo possibile trovare insopportabile, io, abituato a quel che sono abituato.

Manca il fiato.
Non respiro.
Sento che dalla narice mi passa in gola. Lo ingoio. Che sensazione, come deglutire un cubetto di catarro.

Noto una macchia scura. Angela, dallo sforzo o dallo spavento, durante la turpe operazione si era cacata addosso, evidentemente. Inumidisco il lenzuolo con tutta la bava che ho in corpo, e lecco, lecco, lecco i rimasugli di nuovo freschi.

Mi sdraio su quel letto ricettacolo di ogni malattia.
Un altro gesto istintivo: lo tiro fuori, mi masturbo.
Ovviamente non riesco a venire. Ma le mani zozze mi avranno infettato un po' il membro - voglio essere come Angela, il mio Angelo!

Scendo giù, prendo un bicchiere e un po' d'acqua. Nell'alzarmi, pesto il vomito paterno, e cerco minuziosamente se vi sono tracce del sesso angelico. Mi sembra di averne trovata una - ma a un'analisi più attenta, è un pezzo d'aglio mezzo digerito eruttato dal padre. Immagino che mi piacerebbe infilarmelo come fosse una supposta - ma solo se l'avesse mangiato lei.

Porto su il bicchiere, e riunisco tutti i pezzettini papillomatosi spiaccicati sul lenzuolo e sulla moquette, fin dove arriva la pozza di vomito del padre.
E uno a uno, li caccio nel bicchiere.

Una bevanda densa, grumosa, giallo ocra, dalla carica batterica devastante.
E giù in un sorso. Mi va anche di traverso: meglio anche trachea e narici si sono imbevute dell'essenza di Angela. È come se ci fossimo uniti sessualmente.

Ogni tanto mi viene su il vomito, ma lo blocco in bocca e deglutisco.
Per quello che spruzza fuori dalle narici, lo lecco ovunque cada.

sabato 17 ottobre 2009

Nemmeno lei era vergine

Non ci potevo credere. Nemmeno Angela era ancora vergine. Stupro o serata finita in sbornia, la sicurezza della sua innocenza perduta l'ho avuta ieri sera, appena tornato dai miei.

"Vai da Angela, e conoscetevi meglio".
Mio padre. Il conoscersi sessuale, ovviamente. Ormai, dopo aver rilasciato nel mio retto tutto lo sperma trattenuto in una vita, non ha più peli sulla lingua.

Angela e io. In una stanza gelata, a casa sua.
I miei -e i suoi- escono, per lasciarci soli. Che gentili...

Lei trema, e con un filo di voce: "Dovremmo spogliarci, mi hanno detto".
Pure io, tutto dire, mi rendevo conto di quanto fosse umiliante la situazione.

Puzzava anche lei, come si fosse spalmata della cacca sotto le ascelle, e poi si fosse messa a sudare come una pazza.

Le ascelle: che peli lunghi! Quasi più ispidi e melmosi dei miei.

Che tette, però: come piacciono a me. Lunghe, lunghissime, ricordavano quelle della vecchia dell'ASL. I capezzoli asimmetrici e di dimensioni differenti: l'uno seminascosto e minimo, l'altro centrale e globoso. Un po' di sporcizia nerastra nel durevole solco.

Il resto dello striptease, mi ha visto del tutto inerme. Non la guardavo nemmeno, e lei me ne era grata. Mi accorgevo che si toglieva vestiti dall'odore mefitico di sozzume sempre più intenso.

Infine, tutta nuda, si alza in piedi e mi si para davanti, con le gambe (enormi) che tremavano e le pupille dilatatissime.
"Dovresti guardarmi".
Istruzioni dei nostri genitori, credo.

Alzo gli occhi, subito mirando verso l'incontrarsi delle gambe piene di solchi e smagliature. Volevo vedere dal vivo un organo femminile, tutto per me.

Protubera un cordolo di carne. Sul momento sembrava quasi un pene, invece era la prova che, lì sotto, qualcosa doveva essere già successo. Tra le gambe, dai peli unti del pube, le penzolava un enorme condiloma, sul quale erano cresciuti a sua volta altri papillomi.
Molle e purulento, emanava un odore che solo le mie insalubri abitudini mi permettevano di sopportare. Sopra quel grappolo di polipetti, era cresciuto anche qualche pelo durissimo, quasi fossero aghi. Evidentemente, il virus che la aveva ridotta così se lo doveva essere preso in qualche occasione.
Tremava angosciata, non sapeva che fare per distogliere la mia attenzione da quel molle insulto alla salute. Era troppo tesa, vedevo che stringeva le gambe impaziente, strizzando quasi il turpe condiloma. Non era solo tensione: si stava pisciando addosso, e qualche goccia le cadde nonostante i suoi sforzi. L'urina andò a scottare il cordolo carnoso, e lei sbiancò dal dolore.

Alcune dense polluzioni giallo-biancastre caddero sul pavimento.
Empatia? Forse, ma mi pisciai addosso senza neanche accorgermene. Lei fissò un attimo i miei pantaloni bagnarsi, ma distolse subito lo sguardo, appena la fissai.

Si risedette, e si vestì. Andò via poco dopo.
Non aveva il coraggio di aggiungere: "Ora dovresti spogliarti tu".

giovedì 8 ottobre 2009

Già

Già, ho fatto sesso.

Mi sono abbassato ulteriormente nel mio vortice involutivo.

Ma come, hai avuto un rapporto sessuale, ti sei evoluto!

Ma il mio è stato incesto. L'ho fatto con mio padre.
Non ce la facevo più. Dovevo andare in bagno e pisciare. 18 diciotto XVIII ore senza orinare, e contro il bruciore, mio padre mi faceva ingoiare litri d'acqua.
Quell'aguzzino...

Non ce la facevo, cazzo.

Un gesto felino, per quanto felino possa essere io, e filato verso il bagno.
Mio padre, in cucina, se ne accorge, e mi insegue.

Io, ancora prima di andare di fronte alla tazza del cesso, lo tiro fuori stremato. Mio padre mi molla un tizzone un pieno volto, e stringe con violenza quel ridicolo organo che già stava emettendo un fiotto spaventoso di urina.
Lo stringe a tal punto, da ingolfarlo di piscio, per quanto emettesse liquido con violenza.
Sono lì lì per svenire, ma... la prima volta in vita mia, eccetto quell'esperienza inutile con la prostituta dell'anno scorso, che qualcun altro prende in mano il mio membro.
E all'improvviso: l'erezione.
Mio padre era sconvolto.
Allora funzionava!

A quel punto, tra croste di cacca rinsecchite sul muro, e un tappetino da bagno non lavato da oltre 5 anni, era tutto abbastanza avvilente per potermi testare fino in fondo.
Mi guarda e mi intima: "Fammi vedere che puoi eiaculare!".

Sto zitto e fermo.

"Fammi vedere che puoi e-ia-cu-la-re".

Tremo, sudo. Puzzo di rancido.

"Ma basta!". E inizia a muovere la pelle del mio membro su e giù con rabbia e violenza, fino quasi a farlo sanguinare.

Mezz'ora. Io stavo vivendo un'esperienza orrenda.

Ci rinuncia.

Ma a me resta duro. E non va più giù. Troppi arretrati?
Il secondo miracolo: un gonfiore alieno nei pantaloni di mio padre.

Impazzisce.

Mi getta a terra con violenza. Io batto con violenza il pene rigido sul pavimento (il livido è ancora lì).
Mi abbassa i pantaloni, mi penetra con violenza.

Ci mette un attimo.

Io resto a terra soffocante. Lui se ne va a dormire.

domenica 27 settembre 2009

giovedì 24 settembre 2009

E ora... a puttane.

Esatto, mio padre vuole che collaudi il mio membro prima di andare da Angela.

Io sono sfinito, la mia vescica è divenuta un focolaio di un'infiammazione orrenda, piscio pus, solo pus.

E sono impotente, se eccetto le volte che, chiuso in casa, mi masturbavo dopo abbondanti assunzioni di viagra.

Ma lui non sente ragioni. E vuole accompagnarmi. E assistere.

E io, sfinito, non riesco ad oppormi.

venerdì 18 settembre 2009

La cinese

Non mi sono fidanzato con un'orientale, "la cinese" come la tortura cinese.

Non sarei mai andato dall'urologo per la seconda volta se non mi fosse piombato mio padre a sorpresa il mattino prestissimo.
Mi ha portato lì senza rivolgermi la benché minima parola, e ha voluto assistere alla visita. Inutile aggiungerlo, quell'urologo era amico di un amico, perciò disposto anche a questa palese illegalità.

Ha visto che di progressi non ne sono stati fatti. L'atmosfera aveva raggiunto livelli asfissianti al punto che sarei potuto benissimo morire sul colpo. E magari fosse successo.
Intorno ai brandelli del mio fu pene, sei occhi disgustati e tre bocche che a stento trattenevano un conato (se fosse caduto del vomito sul "fallo" sarebbe stato meglio, almeno l'avrebbe occultato). Mio padre, l'urologo e la sua giovane tirocinante osservavano con un certo disagio l'origine di questa situazione, che non mi meraviglierei se non fosse creduta e bollata come irreale. Io stesso, a ripensarci, non posso che auspicare di aver sognato. Ma ciò che sta succedendo tuttora mi porta a capire che è avvenuto davvero.

In fondo, tutto è stato meno drammatico dell'altra volta. Anche quando l'urologo parlava a mio padre di ogni piaga presente su quel minuscolo cazzo, con la tirocinante che lo muoveva e mostrava, dopo essersi messa doppi guanti di gomma, non riusciva a darmi alcun effetto.
A N E S T E T I Z Z A T O
Ormai.

"Deve mettere questa crema e, cosa più importante, per fare rimarginare tutte le numerose ferite, non deve orinare più di una volta al giorno, e ovviamente non eiaculare. Questo almeno per dieci giorni."

E qui è iniziata l'avvilenza completa. Mio padre è rimasto con me, nella mia squallida casa, sopportando il fetore e la sporcizia per controllarmi. Mi impedisce di andare in bagno, e controlla che non mi pisci addosso.
In questo momento lui è andato a farsi una bella cagata, ovviamente con tanto di abbondante pipì, mentre io sono oltre 19 ore che non vado in bagno. Boccheggio disperato, e ogni movimento mi comprime la vescica strapiena di urina fermentata. La mia uretra si allunga con micidiali erezioni, ma la ridicola lunghezza del mio membro non permette niente di che.
Ho i reni che bruciano, l'addome teso e dolorante.
Il mio aguzzino, non nasconde certo una notevole soddisfazione nel fare il ruolo del guardiano.

Credevo che essere visto per strada mentre rintuzzo il dito nella cacca grumosa di un cane spelacchiato (con tanto di pelo rimasto nelle feci) fosse il massimo dell'umiliazione.
Questo è troppo, anche per me.