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giovedì 23 aprile 2009

Brodo di cacca

Metaforicamente è anche la situazione in cui mi trovo, ma in concreto è quello che mi sto preparando prima di partire, domani mattina all'alba, per tornare dai miei.

È una cosa che può apparire disgustosa anche a me, a primo acchito, ma bollire pezzi di stronzi mollicci e oleosi, succosi di bile malassorbita, in limpida acqua che lentamente sugge tutte le essenze di quel campionario del mondo -e di me stesso- che sono le feci, è qualcosa che mi sta provocando un'emozione che non credevo di poter più provare. E mentre l'acqua si scalda con pacatezza e si lorda di umori marron, scrivo queste righe: le ultime?
Forse.
Ho comprato un piccolo pc (netbook li chiamano...), ma non so come potrò connettermi a Internet. Se riuscissi ad uscire ogni tanto da quella fattoria degli orrori dove andrò a stare potrei scrivere. Lo spero. Mi faccio schifo quando posto queste righe. Ma sempre meno che sopportare lo sguardo sdegnato dei miei.

Domani vedrò.
Intanto, il brodo di cacca sta bollendo.

E se mi dovesse far male al punto di uccidermi?

No, non è possibile! Ha un aroma sconvolgente, è un riassunto del TUTTO. I blocchetti mollicci si sono scomposti in una galassia di minuscole palline marroncine, che galleggiano sul liquido. Sul fondo, una sorta di mucillagine biancastra mezza bruciata fodera la pentola. Sarà delizioso grattarla via con un po' di pane.

Beh, vado a mangiare.

sabato 27 settembre 2008

La mia estate - parte I

Sono arrivato a casa dei miei, dopo un viaggio su un treno più puzzolente di me, in un giorno che definire afoso era riduttivo. Il mio sudore si incrostava rancido sulla pelle che mi ero lavato il giorno prima, e mi pareva già uno spreco di tempo quegli interminabili minuti sotto la doccia, che mi avevano privato di qualcosa che era ormai intimamente mio. Con una macchia intorno al cavallo dei pantaloni, complice una furtiva masturbazione nel vagone, ho rivisto dopo oltre un anno e mezzo i miei genitori.

Mia madre, una signora insignificante, con quei capelli grigio topo che mi hanno ossessionato sin dall'infanzia. Erano già grigi. Quei due seni flosci e dopotutto piccini, che pure scatenarono le mie prime fantasie onaniste da piccolo. "Mamma, posso dormire nel lettone, che papà stanotte non c'è?", "Certo, vieni". E non mi bloccava quando mi palpavo il pisellino di nascosto sotto le lenzuola, faceva finta di non vedere. Doveva fermarmi, volevo che mi fermasse. Ma quando mai ha capito qualcosa quella? O forse ha sempre capito troppo.

Mio padre, un vecchio bastardo, tanto insensibile quanto crudele nei miei confronti, ha sempre deriso la mia inettitudine. Lui sì che ha avuto una vita piena, mica io! Mah, piena di cosa, bisognerebbe vedere...

Tobia, uno dei tre cagnacci che tengono (che nome idiota!), mi è saltato addosso per farmi le feste, sebbene prima di quel momento l'avessi visto solo una volta. Un bovaro enorme, mi ha atterrato, e ovviamente sono finito su un terreno melmoso. Mio padre già mi guardava con disprezzo.

Il pranzo è stato avvilente. Poche parole: i miei sapevano che qualunque cosa mi avessero chiesto, la risposta sarebbe stata desolante, per me e per loro. Alla fine, per farmi capire che sarebbe stata una "vacanza" dura, mio padre se ne uscì con un "come mai non ci hai invitato al tuo matrimonio?". "Matrimonio?". "Dai, possibile che un giovanotto come te sia ancora single?"...